detenute madri

Un caso sui generis : la relazione madre – bambino nel particolare contesto della detenzione

• di Emanuela Cardone •

Jhon Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, sostiene che “per comprendere la reazione di un bambino alla separazione o perdita della figura materna, occorre comprendere il legame che lo unisce a tale figura“. È cosi che l’Autore introduce i concetti di “attaccamento” (sicuro, insicuro, disorganizzato) e di “caregiver“, di colui che “si prende cura di”.

detenute madri

Il caregiver per eccellenza è la madre, la “base” attraverso la quale il bambino sviluppa tutta una serie di rappresentazioni interne – non immodificabili – che andranno a condizionare il corso della sua esistenza. Questi concetti saranno ripresi e sviluppati anche dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, il quale ci parlerà del trauma di separazione dalla madre, come di quel trauma che “costituisce la fonte primaria del terrificante sentimento di annientamento e disgregazione del Sé, e di ogni successiva forma di ansia abbandonica“. Partendo da queste premesse, si potrebbe affermare che il tipo di legame che si instaura tra una madre e il proprio bambino, in un contesto detentivo, sia di tipo disorganizzato : la madre tende ad essere sia autoritaria, per riaffermare il proprio ruolo genitoriale (limitato ed esercitato in gran parte dagli agenti di Polizia Penitenziaria), sia permissiva, per alleviare il senso di colpa derivante dalla condizione da entrambi esperita. D’ altra parte, il bambino risulta essere compromesso nelle seguenti sfere del Sé :

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Sviluppo fisico e psicomotorio. La libertà è limitata al solo spazio della cella e alla sola ora d’aria concessa alla madre.

Ritmo sonno – veglia. È causato sia dal fatto che il bambino, vivendo giornate poco stimolanti, è reso nervoso, sia dal fatto che fa ripetuti sonnellini pomeridiani volti ad occupare il tempo.

Linguaggio. Il bambino mostra seri ritardi nel parlare e nell’ esprimersi. Si è visto come le prime parole che un bambino pronuncia in carcere (oltre le usuali “mamma” e “pappa”) siano “apri” e “porta”.

Sviluppo delle competenze sociali. Sono scarse, perché non ha, al di fuori dell’ asilo nido, relazioni con i pari (Motta & Sagliaschi).

Ricordiamo inoltre, che le relazioni che un bambino instaura in carcere, sono prettamente femminili; dunque, ciò che è compromessa, è anche la sua capacità di relazionarsi con un modello maschile.

È con queste consapevolezze che nel tempo si sono susseguite diverse Leggi e disposizioni, che hanno tentato di porre un’alternativa legale, sostanziale e concreta ad un fenomeno che va affrontato con la massima urgenza. Ricordiamo in particolare la Legge Gozzini, la Legge Simeoni – Saraceni, la Legge Finocchiaro (vd. detenzione domiciliare speciale), e il cd. “rinvio obbligatorio della pena”, concesso alle donne incinte o madre di prole con età inferiore di un anno.

Quando la detenzione, eccezioni a parte, è un percorso obbligato per una donna – madre, resta il problema di come offrire un corretto sostegno alla sua genitorialità, allo sviluppo psico – fisico del figlio, ed al trauma da separazione che andrà affrontato al compimento del terzo anno di età dello stesso. La legge, infatti, non ammette deroghe a questo limite, configurando altrimenti una situazione alla stregua di una tortura per il piccolo.

Il 21 Aprile 2011 il Parlamento ha approvato la Legge n. 62, dal Titolo “Detenute Madri“, della quale va sottolineata la novità degli ICAM (Istituti di custodia attenuata). Questi ultimi rappresentano una valida alternativa in grado di conciliare il giustizialismo con il diritto delle madri detenute di ripristinare una sana convivenza con i propri figli. Essi sono concepiti in modo tale da non ricordare il carcere, ossia con sistemi di sicurezza irriconoscibili agli occhi dei bambini (es. gli agenti di Polizia Penitenziaria dovrebbero operarvi in borghese e senza divisa alcuna).

Gli unici attualmente presenti nella nostra Penisola si trovano a Milano, Torino, Venezia, Cagliari (inattivo) e a Lauro, rappresentando un progetto pilota che – unitariamente alle emblematiche iniziative di sostegno all’affettività promosse nella Casa Circondariale di Chieti e nel Carcere di Bollate- andrebbe incentivato ed esteso su tutto il territorio. Nel prossimo articolo, approfondiremo e ci addentreremo nel vivo di queste esperienze.

 

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Emanuela Cardone

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