detenute madri

Un caso sui generis : la relazione madre – bambino nel particolare contesto della detenzione

• di Emanuela Cardone •

John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, sostiene che “per comprendere la reazione di un bambino alla separazione o alla perdita della figura materna, occorre comprendere il legame che lo unisce a tale figura“. È cosi che l’autore introduce i concetti di attaccamento (sicuro, insicuro, disorganizzato) e di caregiver (colui che “si prende cura di”). Il caregiver per eccellenza è la madre, la base attraverso la quale il bambino sviluppa tutta una serie di rappresentazioni interne (non immodificabili) che andranno a condizionare il corso della sua esistenza. Questi concetti saranno ripresi e sviluppati anche dal pediatra inglese Winnicott, il quale ci parlerà del trauma di separazione dalla madre, come di quel trauma che “costituisce la fonte primaria del terrificante sentimento di annientamento e disgregazione del Sé, e di ogni successiva forma di ansia abbandonica” (C. Fratini).
Partendo da queste premesse, si potrebbe affermare che il tipo di legame che si instaura tra una madre e il proprio bambino in ambito detentivo è di tipo disorganizzato: la madre tende a essere sia autoritaria, per riaffermare il suo ruolo genitoriale (limitato ed esercitato in gran parte dagli agenti di Polizia Penitenziaria), sia permissiva, per alleviare il senso di colpa derivante dalla condizione da entrambi esperita. D’altra parte, il bambino è compromesso nelle seguenti sfere del Sé:
– Sviluppo fisico e psicomotorio. La libertà è limitata al solo spazio della cella e alla sola ora d’aria concessa alla madre (D. Farano);
– Ritmo sonno-veglia. E’ causato sia dal fatto che il bambino, vivendo giornate poco stimolanti, è reso nervoso, sia dal fatto che fa ripetuti sonnellini pomeridiani volti a occupare il tempo (Motta&Sagliaschi);
– Linguaggio. Il bambino mostra seri ritardi nel parlare e nell’esprimersi. Si è visto come le prime parole che un bambino pronuncia in carcere (oltre le usuali “mamma” e “pappa”) sono “apri” e “porta” (Motta&Sagliaschi);
– Sviluppo delle competenze sociali. Sono scarse, perché non ha, al di fuori dell’asilo nido, relazioni con i pari (Motta&Sagliaschi).
Ricordiamo, inoltre, che le relazioni che un bambino instaura in carcere, sono prettamente femminili e ciò compromette la sua capacità di relazionarsi con un modello maschile.
E’ con queste consapevolezze che nel tempo si sono susseguite diverse Leggi e disposizioni che hanno tentato di porre un’alternativa legale, sostanziale e concreta ad un fenomeno, quello di una madre detenuta insieme al figlio, che va affrontato con la massima urgenza: la Legge n.° 354/1975, la Legge Gozzini, la Legge Simeoni-Saraceni, la Legge Finocchiaro (vd. detenzione domiciliare speciale) e il cd. “rinvio obbligatorio della pena”, concesso alle donne incinte (sospensione della pena dal 7° mese di gravidanza sino al 6° mese di vita del bambino) o madri di prole di età inferiore ad anni uno.
Le problematiche legate alla detenzione in carcere di una donna-madre restano il come offrirle un corretto sostegno alla genitorialità, allo sviluppo psicofisico del figlio e il trauma da separazione che viene affrontato al compimento del 3° anno di età del piccolo. Il 21 Aprile del 2011, il Parlamento ha approvato la Legge n.° 62 dal Titolo “Detenute Madri” della quale va sottolineata la novità degli ICAM (Istituti di custodia attenuata come alternativa alla custodia cautelare) e delle Case Famiglia Protette (strutture residenziali come alternativa alla detenzione domiciliare), dove i bambini possono restare rispettivamente fino ai sei e ai dieci anni . Raggiunto il limite di età, i piccoli vengono affidati ai parenti prossimi, ove presenti, oppure ai servizi sociali.
La realizzazione di Case Famiglia Protette, poiché legata alle risorse degli enti locali, sta subendo un notevole ritardo. Gli ICAM, invece, che dipendono direttamente dall’ Amministrazione Penitenziaria, rappresentano al momento l’unica soluzione in grado di conciliare il giustizialismo con il diritto delle madri detenute di ripristinare una sana convivenza con i propri figli. Essi sono concepiti in modo tale da non ricordare il carcere, ossia con sistemi di sicurezza irriconoscibili agli occhi dei bambini (ad es. gli agenti di Polizia Penitenziaria vi operano in abiti civili).
Gli unici attualmente presenti nella nostra Penisola si trovano a Milano, Torino, Venezia, Cagliari (inattivo) e a Lauro, rappresentando un progetto pilota che, unitariamente alle significative iniziative di sostegno all’affettività promosse nella Casa Circondariale di Chieti e nel Carcere di Bollate, andrebbe incentivato ed esteso su tutto il territorio. Nel prossimo articolo approfondiremo e ci addentreremo nel vivo di queste esperienze.

© Emanuela Cardone – Associazione MinD

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