cutting

Il fenomeno del cutting tra gli adolescenti

• di Daniela Carnevale • Cutting

Aumentano i casi di autolesionismo tra gli adolescenti, tramite la modalità del cutting.

                            

Che cos’è il cutting?

Il cutting è la tendenza da parte dei teenegers di età compresa tra i 12 e 18 anni, di solito  ragazze a tagliare o incidere gambe e braccia, con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate.

Può trattarsi di un episodio singolo o spesso diventa abituale.

Si può diffondersi in modo esteso in gruppi di pari, attraverso i social network con escalation di emulazione.

Ma perché l’adolescente si taglia e usa la sua pelle come una tela su cui la sofferenza psichica viene esteriorizzata?

Il corpo è l’interfaccia tra l’individuale ed il sociale. La pelle svolge molteplici funzioni nello sviluppo della personalità: quella di involucro psichico, di mediatrice dell’attaccamento e delle relazioni attraverso le esperienze corporee primarie madre bambino, legate alla vista, allo sguardo e al contatto fisico e emotivo. La percezione del corpo è una costruzione progressiva che si realizza a livello intrapsichico, intersoggettivo, interpersonale e sociale. In adolescenza le trasformazioni psichiche e somatiche contribuiscono a determinare la riorganizzazione delle rappresentazioni di sè, l’integrazione del nuovo corpo sessuato, dei nuovi aspetti dell’aggressività, del narcisismo, dell’identità.

Ogni lesione cutanea autoindotta ed il selfcutting, in particolare in adolescenza, rappresenta, un fenomeno complesso da decodificare, che risponde a diversi bisogni psicodinamici e a organizzazioni mentali spesso differenti.

Quindi bisogna valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura,  rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Il cutting, di solito, costituisce un codice non verbale, per esprimere la sofferenza iconica, cioè ancora non verbalizzabile ma proiettabile e rappresentabile  sulla propria pelle, un tentativo di tagliarla via per il fallimento del contenimento dell’ambiente.

Spesso si trovano in solitudine, incompresi e incomunicabilità con i genitori, oltre a una scarsa accettazione di se stessi e una bassa autostima.

Le motivazioni spesso sono un malessere interno e unincapacità di sentirsi vivi; a volte c’è una depressione di sottofondo che può sfociare in questa forma di violenza, con  tagli che confermano a loro stessi di essere vivi.

Il cutting svolge per l’adolescente molteplici funzioni:

  • Concretizzare: “Voglio tagliarmi per far vedere che soffro! … col taglio tiro fuori il dolore, guarda mamma come soffro!” Il cutting serve a trasformare il dolore psichico in dolore agito, fisico, corporeo distribuito sulla superficie del corpo, per dare una forma a sentimenti incontrollabili nel tentativo di conoscerli, o riempire il vuoto interno con il dolore esterno, fisico, reale, quantificabile e controllabile, dato che è autoprodotto (Rossi Monti e D’Agostino, 2009).
  • Punire, estirpare, modificare la parte cattiva di sé e purificarsi (Haas, Popp, 2006): “Mi taglio quando sto troppo male e mi calmo solo quando inizia ad uscire il sangue!” Il cutting rappresenta un tentativo protoverbale di liberarsi da un passato traumatico, del nuovo corpo adolescenziale divenuto estraneo ed origine di sensazioni perturbanti per cui, diventa oggetto da attaccare, odiare, aggredire.
  • Regolare l’umore disforico (Rossi Monti e D’Agostino, 2009): dell’adolescente borderline, impadronendosi del proprio dolore interiore. “Quando non cela faccio più vado al bagno a scuola e mi tagliuzzo un po’ con una lametta sul braccio, poi quando mi sento meglio, torno in aula!”.
  • Comunicare senza parole: trovare un canale espressivo per qualcosa che le parole non riescono a dire perché evocativo del trauma subito, come nei casi di abusi fisici e psichici, per controllare comportamenti ed emozioni altrui o per favorire risposte di accudimento come negli adolescenti deprivati che vivono in comunità o istituzioni; “mi piace quando dopo che mi taglio vengo lavata, medicata e fasciata!”
  • Costruire una memoria di sé”: “Il mio corpo è un diario!” (Lilin, 2009), dove i tatuaggi rappresentano un linguaggio che aiuta le persone nella reciproca conoscenza. L’adolescente, o l’adolescente borderline, che ha difficoltà nell’integrazione della storia dei suoi eventi emotivi, usa il cutting per non dimenticarli, fissandoli sulla pelle con una cicatrice e poter così ritrovarli in futuro.
  • Volgere in attivo, cambiare pelle: “ Del mio corpo faccio quello che voglio!” Il cutting ribalta l’esperienza di passività tipica dell’adolescenza trovando un senso, consentendo una nuova figurazione, o infrange “l‘esperienza di depersonalizzazione” in cui l’adolescente  vive ( Rossi Monti, D’agostino, 2009).

 

Quali sono i segnali più evidenti?

Rifiutano di andare al mare o in piscina e altre situazioni in cui il corpo è visibile.

Indossano ‘sempre’ indumenti che nascondono polsi, braccia, gambe, specie fuori stagione.

Portano o nascondono in camera da letto, zaino, indumenti o scarpe oggetti taglienti come lamette, rasoi, taglierini, cocci di vetro, spille di sicurezza, chiodi o aghi.

Spesso giustificano contusioni, graffi, tagli, bruciature frequenti come  incidenti improbabili.

 

Che cosa fare?

Bisogna innanzitutto ricordare che gli adolescenti che si tagliano lo fanno per manifestare rabbia o frustrazione perché  il dolore fisico è più facile da affrontare piuttosto che il dolore emotivo, fornisce prove concrete che il dolore è reale ed è un modo per prendere il controllo quando ci si sente fuori controllo. Spesso rappresenta una forma di auto-punizione per qualcosa di cui ci si aspettava una meritata sanzione.

Il fenomeno del Cutting, quindi rappresenta una tra le varie “testimonianze visibili” che gli adolescenti, condividono nei gruppi social per esprimere il loro disagio nella gestione delle emozioni.

Il Cutting, è un grido d’aiuto, esteso e condiviso nel Web, che veicola la necessità di ricercare una coesione e una compattezza gruppale, che colta, ascoltata, e compresa dai genitori e può essere fronteggiata rimarcando l’appartenenza affettiva alla famiglia: luogo di critiche, svincolo, giudizio, ma anche “garanzia” del necessario rifornimento affettivo per il decollo verso il mondo dei “grandi”.

I genitori potrebbero dimostrare che è possibile gestire le emozioni difficili, rassicurare con parole e offrire rassicurazioni con gesti affettuosi.  Non devono sottovalutare il problema pensando che  sta solo attraversando una fase che sarà superato. La maggior parte degli adulti che si auto feriscono  iniziano durante l’adolescenza.

Sostenere il piano di trattamento che avete scelto e non permettere che venga terminato prematuramente: un adolescente depresso non ha il giudizio per prendere questa decisione. Ricordare che spesso l’adolescente può sostituire il comportamento autolesionistico con un disturbo alimentare, abusando di farmaci, droghe  e alcool.

Oggi esistono molte associazioni per aiutare chi soffre di autolesionismo e molti centri di ascolto anche all’interno delle scuole.

 

Bibliografia

  1. Anzieu (1985), L’io pelle. Roma Borla
  2. Lillin (2009), Educazione Siberiana. Torino Einaudi.
  3. Rossi Monti, A. D’agostino (2009), L’autolesionismo. Editore Carocci, Roma  A cura della rivista: The Adolescent self – injury foundation, inc. (ASIF).

 

 

 

Condividi:
Daniela Carnevale

Daniela Carnevale