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GAP: NELLA MENTE DEL GIOCATORE D’AZZARDO

• di Eleonora Perugini •

Il Gioco D’Azzardo (GAP) ha varie forme, da quelle dei classici giochi da lotteria e delle tradizionali scommesse sportive, lotterie a vincita immediata, gratta e vinci, sale bingo, sale slot a quelle più recentemente introdotte che coinvolgono, come ulteriore fattore di rischio, l’elemento tecnologico on-line.

 

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Il Gioco D’Azzardo Patologico (GAP), definito da molti anche azzardopatia o più genericamente e impropriamente ludopatia, è stato riconosciuto come vera e propria patologia dagli psichiatri americani a partire dal 1980, tanto da essere inserito nella categoria “Disturbo da Controllo degli Impulsi Non Altrimenti Specificato” nella penultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR, APA, 2000).

Il DSM-5 (APA, 2013) ha riclassificato il GAP  nella nuova categoria diagnostica “Disturbi correlati a Sostanze e Disturbi da Addictions” che sostituisce il vecchio “Disturbo da Uso di Sostanze” incluso nel DSM-IV-TR.

Infatti il gambling non è altro che un “comportamento persistente, ricorrente e maladattivo di gioco che comprende gli aspetti della vita personale, familiare e lavorativa del soggetto“. È considerato una dipendenza senza sostanza, in quanto comportamento impulsivo non collegato agli effetti fisiologici di una sostanza psicotrope, ma che sovente può essere accompagnata dall’utilizzo di tali sostanze, incluso l’alcool (S. Blum). Inoltre tale comportamento problematico può essere associato a a problemi della sfera emotiva, affettiva, o sessuale, o ancora a disturbi da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD).

Secondo la classificazione proposta dal DSM-5 , il quale prevede l’esistenza di specifici criteri per la diagnosi di Gioco D’azzardo Patologico, il disturbo deve essere caratterizzato da un persistente comportamento problematico che si manifesta nell’arco di un anno e che comporta conseguenti difficoltà o in ogni caso un disagio clinicamente significativo. Dei criteri di seguito elencati devono esserne presenti almeno quattro, così vedremo che il soggetto affetto da gambling :

  • Ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata. Nella mente del giocatore d’azzardo viene a crearsi lo stesso meccanismo psicologico che si crea in un dipendente da alcol e da sostanze psicotrope, ovvero subentra una certa “assuefazione” che spinge il soggetto a cercare una dose sempre maggiore di quella sostanza per raggiungere l’effetto che ha sperimentato inizialmente.
  • E’ irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo. Questo è ovvio, basta pensare ad un alcolista o ad un tossicodipendente che viene privato della sostanza a cui è psicologicamente legato: la persona inizia ad innervosirsi e tende ad assumere atteggiamenti disforici.
  • Ha ripetutamente tentato senza successo di controllare, ridurre, o interrompere il gioco d’azzardo. Questo accade perché ormai la “sostanza” ha iniziato ad “impadronirsi” di lui, ad entrare nelle sue abitudini di vita, diventando una sorta di ossessione, un impulso che deve essere necessariamente seguito dal comportamento di gioco per essere placato.
  • E’ eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (ad esempio, può sperimentare  persistenti pensieri di rievocare esperienze passate di gioco d’azzardo, oppure  programmare un azzardo successivo, o ancora pensare ai modi per procurarsi denaro con cui giocare, oppure tutte queste cose insieme). Nella mente del giocatore d’azzardo accade una sorta di “coazione a ripetere”, detta in termini freudiani , nel senso che il giocatore problematico è ormai talmente coinvolto nell’attività ludica che tende sempre a rivivere le esperienze di gioco problematico.
  • Spesso gioca d’azzardo quando si sente a disagio (per es., indifeso, colpevole, ansioso, depresso). Il giocatore problematico, infatti, tende ad avere una labilità affettiva e un umore caratterizzato da aspetti disforici, tanto da sentire il bisogno di dover giocare proprio per colmare quel senso di vuoto interiore che domina la sua mente.
  • Dopo aver perso al gioco, spesso torna un altro giorno per rifarsi (rincorre le perdite). Torna il discorso della freudiana “coazione a ripetere”, il giocatore problematico tende a rivivere l’esperienza “dolorosa” per trovare una soluzione ad essa.
  • Mente per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo. I giocatori d’azzardo spesso vengono considerati dagli altri dei “bugiardi patologici”, come del resto gli alcolisti e i tossicomani, in quanto tendono a considerare la loro problematica meno grave di quel che è. Avremo di conseguenza bugie sulla quantità di denaro scommessa, false giustificazioni sulle assenze al lavoro ecc.
  • Ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro, oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo. Può accadere che, come conseguenza del suo comportamento, il partner del giocatore d’azzardo lo abbia posto davanti ad un aut-aut, accorgendosi della mancanza dei soldi sul comune conto in banca o dei suoi continui cambiamenti di umore o ancora delle sue negligenze comportamentali o al lavoro: ecco allora che la compromissione delle relazioni significative e delle opportunità di crescita lavorativa e/o professionale diventano uno dei punti critici per il riconoscimento di tale patologia, e il più delle volte rappresentano il periodo critico in cui spesso ci si rende davvero conto di voler smettere.
  • Fa affidamento su altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo. Il giocatore, spesso, trovandosi in difficoltà economica, tende a chiedere del denaro in prestito ad altre persone, indebitandosi anche con loro.

La differenza sostanziale tra il gambling e la dipendenza da alcol e sostanze psicotrope è che il soggetto non è dipendente da una sostanza che agisce a livello chimico sull’organismo, bensì l’oggetto della dipendenza è un comportamento o un’attività lecita e/o socialmente accettata. La componente che lo rende simile ai disturbi correlati alle sostanze è il rischio associato al gioco, ovvero la sensazione di benessere data dall’adrenalina e da un costante stato di illusione, ovvero dall’idea di una vincita potenziale cospicua, tale da rendere possibile l’innescarsi di meccanismi a spirale da cui risulta difficile uscire: ecco allora che il giocatore inizia a sentire il bisogno di giocare sempre più spesso e somme più alte, non riesce a smettere di giocare nonostante i ripetuti tentativi, i quali  provocano forte ansia e frustrazione in lui. Le sue attività cominciano ad essere ripetitive, finalizzate alla prossima giocata o a come procurarsi i soldi da giocare. Da lì a poco cominciano a deteriorarsi anche le relazioni sociale e affettive del giocatore che avrà problemi sia in ambito lavorativo, scolastico, familiare, nonché economico.

IL RUOLO DEI GENITORI NELLA FORMAZIONE DEL GAP

Ricerche condotte all’estero (Nevada Council on Problem Gambling e British Columbia Partnership for Responsible Gambling) dimostrano che molti  ragazzi hanno avuto la loro prima esperienza di gioco prima dei 18 anni e che i giovani rischiano concretamente di sviluppare forme di dipendenza dal gioco con maggiore facilità rispetto agli adulti. Un numero consistente di giocatori che iniziano un trattamento di cura dichiara di aver iniziato a giocare durante l’adolescenza. Il dibattito su questo punto è comunque aperto.

Appare certo che l’atteggiamento dei genitori rispetto al gioco abbia un ruolo centrale nel determinare l’approccio dei ragazzi al gioco. In effetti, la guida genitoriale è di fondamentale importanza per l’adolescente, il quale vive in questa fase forti conflittualità interiori provocate dall’angoscia connessa al ridimensionamento delle figure genitoriali (percepite come onnipotenti durante l’infanzia)  per concedere al figlio lo spazio, il tempo e il modo adeguato per esplorare l’ambiente esterno a quello familiare e renderlo “autonomo”.

Secondo Anna Freud, l’adolescente è impegnato in una complessa lotta emozionale che lo porterà a staccarsi dagli oggetti parentali per investire nuovi oggetti: le cotte e le storie d’amore, cosi frequenti nel periodo adolescenziale, sono indicatori di questo “travaglio” delle pulsioni libidiche. Secondo l’autrice, un certo “lutto” per gli oggetti del passato è inevitabile. Come scrive Blos, la pubertà spinge in avanti il giovane adolescente e la sua ricerca di relazioni d’oggetto. Ed è proprio in vista di questa ricerca di nuove relazioni oggettuali che il genitore ha il compito di fornire lui, durante il periodo dell’infanzia e  pre-adolescenza, un adeguato modello in cui identificarsi, rendendo in tal modo più semplice il processo di separazione (dagli oggetti d’amore infantili) e individuazione (creazione di nuove relazioni d’oggetto e conseguente formazione di una propria identità).

Erikson, che trova nella fine dell’adolescenza il completamento dell’identità di un individuo, soatiene che in questa fase è importante che la famiglia sia accompagnata nell’accettazione dei repentini mutamenti del figlio adolescente, nella ricerca delle informazioni relative all’adolescenza e nell’aiutarla a prefigurarsi eventuali necessità future del ragazzo che insorgeranno e che richiedono un’organizzazione familiare specifica ed un cambiamento considerevole nelle relazioni familiari.
I genitori, il più delle volte, sono particolarmente disturbati nel riscontrare che le modalità relazionali da loro utilizzate prima dell’età adolescenziale debbano essere modificate in funzione dei nuovi bisogni del figlio. Solo i familiari che riescono ad adattare la propria modalità interattiva alle mutate caratteristiche del giovane mantengono un livello di soddisfazione relazionale discreto. Quelli che, viceversa, non adeguano le proprie modalità comportamentali a tale fase evolutiva, trovano maggiore difficoltà ad espletare i compiti di vicinanza necessari.
La famiglia e i membri che la compongono si influenzano e si condizionano reciprocamente, in un rapporto di interdipendenza, creando un continuum relazionale: essi sono tanto più indifferenziati quanto più sono dipendenti l’uno dall’altro, mentre sono tanto più autonomi e liberi quanto più sono differenziati.

Unendo le conflittualità pulsionali di tipo aggressivo e libidico, la conflittualità legata alla ricerca di nuove relazioni oggettuali su cui investire e la conflittualità legata alle modalità relazionali costituitesi all’interno del sistema familiare, l’adolescente si ritrova così in uno stato confusionale e indefinito, che lo può portare ad investire in oggetti sbagliati da cui dipendere: uno tra questi è proprio il gioco d’azzardo.

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LA PREVENZIONE PRIMA DI TUTTO

Il gioco d’azzardo, cioè quella attività ludica che implica la scommessa di denaro,  diventa una malattia quando da puro e semplice passatempo diventa una dipendenza. Questo significa che non tutti i giocatori d’azzardo ne sono affetti, anche perché le statistiche ci dicono che in Italia su 700 giocatori soltanto 300 hanno sviluppato una dipendenza.

Esistono sicuramente delle modalità comportamentali da seguire per proteggersi dal gioco d’azzardo patologico, e, in un’ottica preventiva, le elencheremo di seguito:

  • Gioca solo la somma destinata al divertimento, smetti di giocare quando hai speso quel denaro
  • poniti limiti di tempo e di denaro nell’impegno che dai al gioco
  • non giocare quando hai debiti urgenti
  • non farti prestare denaro per il gioco
  • non giocare quando stai vivendo una situazione di stress emotivo
  • coltiva altri interessi, fai in modo che il gioco sia solo uno dei tuoi passatempi
  • non giocare con amici che scommettono pesantemente
  • non mescolare alcol e droga al gioco
  • non giocare perché pensi sia il tuo giorno fortunato (non affidarti a sensazioni che ritieni “positive”)
  • non esiste una macchina “fortunata” (o carte fortunate o giocate o “giri” fortunati)

 

 Grazie per l’attenzione

 

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Eleonora Perugini

Eleonora Perugini