Percorsi terapeutici del suono

Percorsi terapeutici del suono

• di Andrea Candeloro •


Approccio terapeutico alla musica e agli strumenti

La musica nasce come terapia sonora per l’essere umano. Dal richiamo basilare che le percussioni creano del battito di un cuore, ai suoni della natura come il vento riprodotti attraverso il fiato nelle canne. Le piogge o le onde del mare. Il canto di un uccello, il verso di un altro animale, la voce che è pianto o vagito ma anche urlo o gioia. Il semplice schiocco delle dita, una lallazione, una cantilena che acquista ritmo per unirsi al movimento. Il silenzio di una notte stellata, il crepitio di un fuoco.

Sin da quando è nella placenta materna, l’essere umano è immerso in un mondo di suoni, ovattati e amplificati al contempo. Tutti elementi primordiali in cui l’uomo si è sempre ritrovato circondato e la cui eco artificiale possiede la terapia di cullarlo, rilassarlo, distenderlo, riportarlo in un limbo dove lo scorrere del tempo si dilata, scompare, abbatte i confini, mostra l’infinito.

La voce e il battito sono sicuramente i due elementi che l’essere umano deve aver sviluppato per primi in ambito musicale, essendo quelli messi a disposizione dal proprio corpo, dall’ugola, dalle mani. Poi, una ricerca che di pari passo si è fusa con l’evoluzione stessa della specie ha portato alla creazione di strumenti, via via sempre più complessi o specifici, e allo sviluppo ragionato di melodie, teorie, metodi di diffusione. Con lo sparpagliarsi dei popoli sul Pianeta e con lo scorrere dei secoli, si sono formate molteplici tradizioni musicali in relazione alle varie culture, alcune sopravvissute nei millenni, altre più recenti. Ogni popolazione vanta poi i propri particolari strumenti e la propria peculiare musicalità, mentre alcuni sistemi musicali sono stati adottati e riconosciuti come riferimenti unanimi.

Il termine strumento in ambito musicale – il cui diffuso uso, oggi, non è più tanto ragionato in relazione alle sue origini quanto piuttosto in rapporto alla maestosità dell’oggetto stesso – andrebbe riletto anche e proprio basandosi sulla sua etimologia: uno strumento, un qualcosa, un oggetto che serve, che aiuta, che favorisce e costruisce l’espressione, in questo caso musicale, della persona. Per quanto sembri scontato ribadirlo, la necessità di far musica e di riprodurre suoni nasce dall’uomo stesso: è lui il primo veicolo, il primo strumento musicale. In relazione alla persona, lo strumento passa in secondo piano, poiché se non c’è consapevolezza musicale nell’individuo, non si produrrà nota nello strumento. E al contempo, lo strumento viene quindi creato a un determinato scopo, con specifici materiali, con dettagliate caratteristiche proprio in base agli effetti che dovrà aiutare a realizzare nell’essere umano.

In questo senso, allora, si può parlare di strumenti e sistemi musicali maggiormente o meno terapeutici. Per quanto ogni musica e ogni strumento assolvono di base a questo scopo, è sicuramente nella tradizione orientale, etnica o arcaica che la musica è rimasta più legata all’importanza della correlazione fra il suo prodotto e il frutto che l’essere umano ne ricava. Più in generale, qualsiasi musica che il progresso ha inglobato nelle sue leggi di mercato tende a perdere parte del valore terapeutico per concentrarsi su aspetti a lei distanti come quello del guadagno o della prestazione, dell’esame, della critica o del giudizio. Laddove, invece, tali aspetti se non assenti vengono messi totalmente in sordina, si possono invece percorrere vie più indirizzate alla sostanza terapeutica della musica.

Anche la scienza e il sapere occidentale si sono spesso occupati di frequenze, onde sonore, rapporti fra le note o risonanze. E’ dunque proprio dalla vibrazione, dall’onda sonora, a volte anche impercettibile all’orecchio, che si può iniziare a costruire un discorso di carattere terapeutico, essendo l’essere umano formato da cellule, organi, muscoli, ossa e tutto un intero organismo in grado di entrare in risonanza o di reagire agli stimoli prodotti da queste vibrazioni.

Ad esempio, i suoni più acuti tendono a svegliare, quelli più gravi a rilassare. Alcune melodie riescono a far piangere, altre a far sorridere. Battiti di tamburi possono caricare, generare adrenalina per ballare tutta un’intera notte o addirittura infondere coraggio per affrontare una guerra. La musica può agire sui freni inibitori e su particolari ambiti del cervello, influenzando memoria o perspicacia. Talune armonie tranquillizzano, altre agitano. Alcuni suoni incuriosiscono, altri risultano completamente fastidiosi. E’ quindi una questione di orecchie, ma non solo… è una questione di stati d’animo, di emozioni, di “rasa” come dicono nel sistema musicale indostano. E’ una questione di momenti della giornata, dall’alba al tramonto, o di stagioni, dall’inverno all’estate. Quando poi si iniziano ad associare vibrazioni, note, melodie, a determinate parti del corpo, come organi o cellule, si parla più intimamente di connessione fra musica e medicina.

Strumenti come le campane tibetane, i tamburi sciamanici, la tanpura indiana, il bastone della pioggia o il gong, ad esempio, sono fra i più conosciuti e usati nell’ambito della musicoterapia, nell’ambito della guarigione sonora o dei bagni armonici. Ognuno di loro è stato appositamente pensato e costruito per agire e lavorare principalmente sul piano vibrazionale e meditativo, concentrandosi sulla potenza di pochi e semplici suoni e sull’espansione dei loro armonici. Strumenti che sono alla portata di tutti e non richiedono particolari doti musicali per poterli approcciare o suonare, quanto piuttosto domandano dedizione e volontà di concentrarsi sulle proprietà profonde del suono piuttosto che sui suoi effetti superficiali.

Se per un attimo ci spostiamo in India, o in Giappone, o in Cina o in molti altri paesi orientali, avremo poi decine di strumenti, anche più complessi come il sitar o il guzheng (due cordofoni), il flauto shakuhachi o il monocordo dan bau ad esempio, che svolgono appieno queste funzioni terapeutiche unendole ai complessi sistemi musicali di ritmi e melodie che sono poi quelli propri di queste culture.

Non è dunque tanto lo strumento in sé a essere curativo, quanto il suo utilizzo, il modo in cui si suona, il sistema musicale ma anche sociale in cui esso si diffonde, le tradizioni che porta con sé, il futuro verso cui indirizza, la persona che lo impugna… è tutto il contesto a sensibilizzare l’anima del musicista verso una percezione più profonda, tanto profonda che in certi casi, a seconda delle culture, il musicista diventa anche guaritore, personaggio quasi sacro e venerato come veicolo di armonie divine.

Gli strumenti in sé hanno dunque caratteristiche oggettive di vibrazione e risonanza, e vengono creati per accentuare o meno determinati effetti. Questo non impedisce quindi di usare strumenti come il pianoforte, il violino o un semplice scacciapensieri per scopi terapeutici anche se magari essi nascono per rispecchiare le evoluzioni più complesse delle armonie musicali; ma il termine oggettivo sottolinea soprattutto l’assenza di valenze positive o negative, che invece dipendono dal contesto e dall’utilizzo. Se s’immagina una campana tibetana all’interno di un monastero buddhista a Lhasa prima dell’invasione cinese degli anni ’50 (periodo dal quale si è praticamente fermata la produzione, ma soprattutto l’esportazione di questi strumenti che della cultura tibetana portano il nome), l’idea sarà quella di beata tranquillità e dell’impiego spirituale e meditativo per cui lo strumento è stato concepito. Stessa cosa si può riprodurre e visualizzare in piccolo all’interno dei molteplici centri yoga o meditativi di stampo occidentale. Ma se, per assurdo, si ipotizzasse l’irreale situazione di un condannato a morte, incarcerato e torturato, cui ogni sera si fa ascoltare il suono della medesima campana, allora gli effetti benefici dello strumento sarebbero sicuramente discutibili se non addirittura dannosi. O ancor più semplicemente, basta rappresentarsi un gong o un enorme taiko (tamburo) giapponese suonato ogni notte sulla testa di un condomino che dorme… con molte probabilità il malcapitato arriverebbe ad odiare tale strumento, non certo si sentirebbe curato.

Da questo amalgama di scienza e sacralità, di fraintendimenti e malcostumi, sono quindi nati immensi tesori da cui poter trarre spunti e insegnamenti importanti, quanto degenerazioni legate alle mode o a correnti di pensiero passeggere, capaci di sfruttare ingenuità o credulità come fonte dei propri affari personali. Per poter raccapezzarsi quanto difendersi, per poter addentrarsi con fiducia nel cammino terapeutico del suono e della musica, sicuramente i primi passi sono quelli dell’informazione e della sperimentazione. E’ infatti necessario costruire e sviluppare un’idea propria e personale sull’argomento, poiché per quanto appartenenti tutti alla medesima specie, ogni essere umano si differenzia poi nel suo specifico. Così come gli effetti della musica, che nascono dai principi generali di vibrazione e risonanza, devono poi essere adattati alle specifiche richieste, personalità e situazioni.

Si può dunque cominciare da questi presupposti, se qui in Europa si vuole intraprendere un viaggio musicale di carattere terapeutico: non tanto attendersi miracoli, quali impossibili guarigioni o acquisizioni di superpoteri (tutti aspetti che cozzano, se non meglio dissonano dai principi fondamentali), quanto piuttosto imbarcarsi nella ricerca di un personale equilibrio, psichico, fisico e spirituale che aiuti meglio a vivere e affrontare il quotidiano. Senza rifuggire da nulla, senza chiudersi a nulla. La musicoterapia è un’apertura, al mondo, alla vita e alla sua varietà, come varia è la differenza di pensiero, religione o razza. Benefici dunque ce ne sono, ma solo per chi pensa, o inizia a pensare che benefico sia conoscere se stesso e i propri simili, per apprezzarsi e apprezzarli attraverso gli opposti, gli eccessi e le minuzie che in tutti noi si agitano. Se è dunque al reale che mirate, dovrete navigare attraverso la confusione con remi di legno o di saldo materiale, non su vascelli di carta; allora, con buone probabilità, potrete anche scoprire oceani che mai vi sareste immaginati e terre che risuonano in armonia con l’universo. Personalmente, non posso che augurarvi di potervici attraccare.

I PERCORSI TERAPEUTICI DEL MUSICISTA ANDREA CANDELORO:

 

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