senso di vuoto

SENSO DI VUOTO: ESPERIENZA E SIGNIFICATI

• di Valentina Virgili

Tra “horror vacui” ed “Enso”

Senso di vuoto, inutilità, mancanza, noia: sono questi forse i grandi “mostri” che affliggono bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie. Nella vita privata così come nel lavoro, nelle relazioni sociali, nella frenesia del vivere e del riempire (il tempo, lo spazio, la rubrica dei contatti), chi si trova a confrontarsi con il senso continuo di vuoto ha due possibilità: negarlo, tentando di riempirlo, oppure sprofondarci dentro, lasciandosi vincere dalla caduta. Ma esistono davvero solo accezioni negative del vuoto e delle emozioni ad esso connesse?

Sarebbe difficile, se non impossibile, descrivere o rappresentare il vuoto. In fisica sappiamo che l’atomo è composto da pieni tanto quanto da vuoti, e che ogni particella subatomica è l’eccitazione o la vibrazione di un vuoto, che avviene proprio grazie alla distanza e all’ alternanza pieno-vuoto. Il fisico S. Hawkings dice: “Nel caso di tutto l’universo, si può dimostrare che l’energia negativa gravitazionale annulla esattamente l’energia positiva. Quindi l’energia totale dell’universo è zero”.

senso di vuoto

La musica sa bene come dosare i pieni ed i vuoti, le note e le pause. Prendiamo in esempio il musicista John Cage, compositore sperimentale statunitense che, nella metà del ‘900 ha inciso lavori pionieristici di musica sperimentale. Per Cage, il silenzio è una parte integrante di un brano musicale, che ha la stessa importanza delle note suonate. Fra l’altro,il silenzio totale non esiste se non in un vuoto pneumatico: ovunque vi siano persone o qualsiasi forma di vita vi sarà qualche tipo di suono. Nei suoi lavori, dunque, Cage non usa mai il silenzio assoluto, ma semmai le varietà di suono generate dalla natura o dal traffico, che normalmente passano inosservate e non vengono considerate musica.

La filosofia esistenzialista di Sarte, e poi Nietzche e Schopenhauer, prima della psicologia moderna, hanno descritto il senso di vuoto, del nulla e della noia, tenendo conto delle conseguenze della società dei consumi la quale tende ad instillare nell’ animo umano la continua sensazione della necessità e del bisogno e della continua ricerca. In psicologia, il senso di vuoto è connesso alla depressione maggiore ed in generale ai disturbi dell’umore, alla personalità narcisistica ed al vuoto sperimentato sin dall’ infanzia, così come al falso sé ed alla mancanza di un’identità stabile e definita. Ma è anche associata a stati normali dell’essere ed alle esperienze molteplici dell’animo: soprattutto in adolescenza e nelle fasi di cambiamento della vita in generale, è possibile sperimentare momenti di vuoto, di smarrimento, di inutilità, di confusione. Questi momenti sono spesso associati a sensazioni negative, alla paura di impazzire, di rimanere soli, di perdere il contatto con gli altri o con la realtà ed in genere vengono vissuti in maniera tormentata, cercando di colmare il vuoto, anche solo con la ricerca del senso razionale dello stesso.

Nelle culture orientali, ed in particolare in quella giapponese, il vuoto è considerato come la condizione a priori perché il pieno (i fenomeni, le cose) possa esistere e operare. Secondo la filosofia taoista e zen, il vuoto è considerato come lo spazio necessario perché il soffio vitale (Ki) possa agire in un flusso continuo. È da intendersi quindi un “vuoto utile”, ricco di potenzialità espressive. Senza il vuoto, la pausa, il tempo sospeso, lo spazio, nulla potrebbe accadere e trasformarsi. Saremmo condannati alla stabilità ed all’ immobilità. Associare il senso di vuoto, la paura della morte e la perdita, a quella benefica e dinamica di trasformazione, ci aiuta a intraprendere un viaggio immaginale ricco di significati nuovi.

 

Lasciamoci guidare, ad esempio, dalla suggestione dell’immagine dell’Enso (il cerchio vuoto). Enso significa letteralmente “cerchio” e nel buddismo zen rappresenta molte cose: l’illuminazione, l’universo, il tutto ed il niente che si compenetrano, il pieno ed il vuoto, l’eterno ritorno, la rinascita. Disegnare un Enso è un’arte ed un modo per conoscere sé stessi: si disegna con un’unica pennellata di inchiostro nero ed ogni autore lo farà in modo diverso e dandogli un diverso significato.

senso di vuoto

L’Enso non ha regole formali: può essere perfettamente simmetrico o completamente sbilanciato, tracciato con pennellata sottile e delicata o spessa e massiccia. Lo “Zero Enso”, è associato al vuoto che accompagna la pienezza dell’universo. L’ Enso ha inoltre molte similitudini con l’Uruboro, un simbolo antico che raffigura un serpente o un drago che si morde la coda formando un cerchio. Lo psicoanalista C.G. Jung, aveva definito l’Uruboro come un archetipo. Il significato dei simboli, così come degli archetipi è universale e particolare allo stesso tempo: essi parlano attraverso di noi di qualcosa che sta accadendo nella nostra vita: con quale sentimento affrontiamo (o neghiamo) il vuoto? Come riempiamo le nostre vite per la paura di affrontarlo, cosa stiamo evitando e cosa dovrebbe cambiare ma non è cambiato? Le domande che spesso ci poniamo e che non trovano risposta hanno bisogno di un tempo di latenza per essere comprese e vissute, e di certo questo tempo va svuotato delle inutilità di cui di solito ci riempiamo e che consumiamo: oggetti, relazioni, immagini, rumori. Il simbolo del cerchio può aiutarci: esso definisce un vuoto interno, un confine, uno spazio, una bolla di protezione: immaginiamo di posizionarci al centro e di disegnare intorno a noi il cerchio dell’Enso. Esso è il nostro confine, lo spazio sicuro, il tutto ed il niente, qualcosa che viene prima dell’Io e delle sue molteplici forme: è il vero sé, il contatto con noi stessi che solo attraverso il silenzio, la meditazione, l’accettazione ed il fare posto, può cominciare per davvero.

Il silenzio è quindi l’inizio e la fine, sia nella meditazione così come nella stanza di terapia. Contattare il vuoto ed il silenzio è il primo passo verso la conoscenza, la consapevolezza e la trasformazione.

Valentina Virgili

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