Addiction

Si dice dipendenza o addiction?


 • di Mario Donnici •


 

Ci troviamo spesso a veder tirare in ballo questi termini, usati e abusati tramite Media o nei vari articoli che leggiamo in rete, spesso anche in maniera inappropriata o quasi. Ecco perché ci sentiamo in dovere di chiarire se e quando usare l’uno o l’altro attraverso una ricostruzione etimologica ed un excursus dei vari significati che il termine assume nel mondo.

E’ assodato che con il termine “dipendenza” si indica, in quasi tutte le lingue, la dipendenza da sostanze.

Nei paesi anglosassoni, invece, si utilizza il termine “dependence” per indicare una dipendenza fisica e chimica e quello di “addiction” per designare un bisogno psicologico di attuare determinati comportamenti o attività significative.

In Italia la parola è impiegata indistintamente per indicare qualsiasi genere di dipendenza: fisica, psicologica o comportamentale.

Il termine inglese “addiction” è però di origine latina: “addictus” nell’Antica Roma veniva utilizzato  per indicare lo schiavo o il servitore che diveniva tale per non poter pagare i debiti e la cui condizione durava fino all’estinzione del debito; oggi indica di una persona che diventa schiavo di una sola e unica soluzione o attività nel suo sforzo di affrontare la sofferenza psichica (McDougall, 2002).

Nella prospettiva psicodinamica è allora più appropriato concettualmente parlare di addiction in quanto fa riferimento a quella condotta attraverso cui un individuo viene reso schiavo, poiché sottintende la condizione di assenza di libertà tipica delle dipendenze patologiche (Caretti, Di Cesare, 2005).

Risulta interessante, in tal senso, la distinzione con il termine francese toxicomanie che invece implica il desiderio di nuocere a se stessi; un comportamento da dipendenza, infatti, più che al desiderio di nuocere a se stessi si riferisce ad un atto che ha in sé l’illusione di fare qualcosa per affrontare e superare le difficoltà della vita quotidiana. Tale comportamento, inoltre, sarebbe alimentato principalmente dalla motivazione fornita dalle alterazioni nello stato di coscienza ordinario indotto da sostanze psicotrope o comportamenti di dipendenza che provocano stati soggettivi di piacere ma anche euforia. In questa ottica, Peele (1985) ha sottolineato che qualsiasi esperienza la cui sensorialità ha lo scopo di alleviare il dolore, l’ansia o altri stati emotivi negativi può scaturire dipendenza.

Attraverso un innalzamento della soglia di sensibilità oppure una diminuzione di coscienza, tutte le esperienze in grado di alleviare il dolore potranno essere considerate come fonte di dipendenza (Caretti, Di Cesare, 2005).

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come “quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione” (cit. in Pigatto, 2003).

Anche nella versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-IV-TR (APA, 2000) e del Manuale di Classificazione delle Sindromi e dei Disturbi Psichici e Comportamentali, ICD-10 (OMS, 1994) la nozione di dipendenza presuppone esclusivamente l’uso di sostanze psicoattive.

Infatti, secondo il DSM, per dipendenza si intende :

“una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione e a disagio clinicamente significativi, come manifestato da tre (o più) delle condizioni seguenti, che ricorrono in un qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:

  1. tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti:
    1. il bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato;
    2. un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza;
    3. .astinenza, come manifestata da ciascuna dei seguenti:
    4. la caratteristica sindrome di astinenza per la sostanza (riferirsi ai Criteri A e B dei set di criteri per Astinenza dalle sostanze specifiche);
    5. la stessa sostanza (o una strettamente correlata) è assunta per attenuare o evitare i sintomi di astinenza;
  2. la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto;
  3. desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;
  4. una grande quantità di tempo viene spesa nel procurarsi la sostanza (per esempio, recandosi in visita da più medici o guidando per lunghe distanze), ad assumerla (per esempio, fumando “in catena”), o a riprendersi dai suoi effetti;
  5. interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative e ricreative a causa dell’uso della sostanza;
  6. uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, di natura fisica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza (per esempio, il soggetto continua ad usare cocaina malgrado il riconoscimento di una depressione indotta da cocaina, oppure continua a bere malgrado il riconoscimento del peggioramento di un’ulcera causato dell’assunzione di alcol) 

Da qualche anno, invece, la nozione di dipendenza viene sempre più frequentemente utilizzata per spiegare sintomatologie derivanti dalla ripetizione di altre attività per lo più socialmente accettate, che non implicano l’assunzione di alcuna sostanza: ci riferiamo alle Dipendenze Comportamentali (che volontariamente non approfondiremo in questo articolo);  Si, perchè la ripetitività compulsiva di alcune attività comportamentali, seppur lecite, non solo sottendono gli stessi sintomi di una classica dipendenza da sostanze, ma ne determinano conseguenze drammatiche.

 

In definitiva le tossicodipendenze, quindi, sono solo una classe dei disturbi di dipendenza.

 

• di Mario Donnici •

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