American Beauty

“American Beauty”, il coraggio di scegliere

• di Francesca Mamo 

Il titolo “American Beauty” viene preso in prestito dal nome di una rosa, molto comune in America, di colore rosso, simbolo della passione, della sessualità, ma anche di rabbia e aggressività. Effettivamente tutti questi temi appaiono essere dominanti in questo film, la cui storia rappresenta lo specchio della vita della classe media americana. Lester Burnham, personaggio interpretato da Kevin Spacey, è un uomo di quarant’anni, padre di famiglia, in piena crisi esistenziale e lavorativa. La moglie Carolyn è un agente immobiliare molto dedita alla carriera, poco tollerante alle frustrazioni, amante della quotidianità e completamente anaffettiva sia nei confronti del marito che della figlia.

Quest’ultima, Jane, è un’adolescente, figlia unica, profondamente insoddisfatta, soprattutto dei genitori e della vita in famiglia, che ha un’amica, Angela, la quale appare essere, per tutta la proiezione del film, molto autocentrata e sicura di sé, quasi sempre in modo costruito e poco autentico. A turbare la fragile quiete della famiglia Burnham si inseriscono i nuovi vicini di casa, una famiglia composta da un colonnello dei marines, fanatico, militarista e omofobo, Fitts, sua moglie Barbara, ridotta ad uno stato catatonico presumibilmente dall’autoritarismo del marito, e il figlio Ricky, il quale vive costantemente sotto il controllo paterno, per paura che il figlio possa tornare a drogarsi.

Ciò che colpisce di questo film sono le emozioni che permangono nello spettatore per tutta la durata. Ogni personaggio, ogni scena, ti lascia un forte senso di inquietudine, di rabbia, di solitudine, di frustrazione, e soprattutto di vuoto. Ogni personaggio indossa una maschera dalla quale fa veramente fatica a staccarsi. E quando ciò avviene, come nel caso di Lester, le conseguenze sono devastanti e ti portano a mettere in discussione tutto quello che hai costruito durante tutta la tua vita. La voglia di ricominciare, di sapere che niente è impossibile, la consapevolezza di essere i padroni della propria vita è ciò che spinge i vari personaggi a ribellarsi, ognuno a suo modo. Sicuramente il messaggio che il regista vuole trasmettere è molto forte e per certi versi anticonvenzionale. In Italia, per esempio, siamo molto spesso abituati a film in cui l’omosessualità viene ridicolizzata e rappresentata come qualcosa di diverso dalla “normalità”, qualcosa di cui ancora avere paura. In America, invece, ad essere ridicolizzata è proprio l’omofobia, e lo dimostra sia la figura del colonnello Fitts sia le figure dei giovani vicini, rappresentati nel film come persone tranquille, simpatiche, intergrate e perfettamente in linea con la concezione borghese della middle class americana. Un altro aspetto che colpisce molto in questo film è il maschilismo, o meglio il misoginismo, che ne caratterizza la mentalità. La figura della donna viene vista come “rompiscatole”, colei che si frappone al bisogno di realizzazione del marito, colei che non ha più interessi sessuali nei suoi riguardi, costringendolo all’onanismo e addirittura alla pedofilia, ed è lei a tradirlo per prima. Il personaggio di Carolyn, in effetti, è quello più caricaturale, in quanto viene rappresentata come senza speranza, ridicola, antipatica, a sottolineare il suo devastante conformismo. Lester invece, per quanto visto in modo ridicolo, viene salvato dalla sua bruciante autoironia, che lo rende agli occhi dello spettatore simpatico. Rischia di cadere in basso solo nel momento in cui cerca di portarsi a letto l’amica della figlia, ma poiché la cultura americana è legatissima alla figura del “padre”. La scena finisce con Lester che ha un ripensamento e addirittura fornisce della cure paterne ad Angela, quasi a volersi scusare dell’accaduto. Un altro messaggio forte viene dato dalla fuga di Jane e Ricky, che avvalora la tesi di molte adolescenti secondo cui l’unica salvezza dall’oppressione familiare è l’arrivo di un principe azzurro, con un ventaglio di sfumature molto ampio, che le possa salvare dalla loro condizione.

Indubbiamente questo film porta tutti a riflettere, soprattutto sul ruolo che quotidianamente siamo chiamati a svolgere, e sulle molteplici maschere che siamo costretti a indossare. Chissà quante persone desidererebbero fare ciò che ha fatto Lester nel film. La sfida che secondo me il registra vuole lanciare è la seguente: sapreste poi affrontare le conseguenze di tale scelta?

 

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